cosimo terlizzi

I.F. I tuoi soggetti sono sempre umani, parti dall’individuo, il singolo, per arrivare al sociale, cosí come le tue tematiche, sviluppi input intimistici in issues universali.Ti va di parlarci della tua poetica?
C.T. Ci provo. Ho preso sul serio i vari processi sull’arte; ho vissuto sulla mia pelle l’emarginazione che il fare arte può portare in luoghi in cui si è persa la fiducia verso questa possibilità; in questi posti, che potrebbero essere dietro ogni angolo, se manifesti questa tendenza è come dichiarare una malattia rara che bisogna in qualche modo curare, magari costringendoti a scegliere studi di economia o di giurisprudenza o di seguire tuo zio camionista. Per un certo periodo ho fatto il camionista, ma nella mia testa non c’erano le tette di Moana o la cronaca nera; io pensavo che ogni brutalità che vedevo era trasformabile in bellezza e storia… ma non conoscevo il modo. L’ossessione della bellezza mi ha portato a lasciare tutto e tutti senza rimpianto e come Giovanna D’Arco ho seguito un istinto ragionato, la mia buona causa. La poetica è diventata ed è in divenire: è studio, analisi e senso.
I.F. La bellezza è onnipresente in tutte le tue opere. Se nella nella nostra società si sviluppano, indissolubilmente associati, l’orrore e la bruttezza, tu nella realizzazione dei tuoi lavori sembri obbedire a comandamenti estetici e recuperare i valori di giustizia e bellezza. Penso alle fotografie Dioscuri capovolti, martiri inermi dal corpo scultoreo, la performance Dieci modi di arrendersi, dove ritualizzi l’iconografia cattolica di santi e dominati, la video installazione Watch your step, nella quale i binomi pudore/volgarità, istinto/razionalità incarnano lo stereotipo della bellezza fashion contemporanea ma non fine a sé stessa.Che valore ha per te la bellezza in rapporto alla tua pratica artistica?
C.T. È un valore interessante soprattutto se condiviso. Innanzitutto i miei soggetti diventano belli appena li guardo … e se voglio vederli belli. Probabilmente la bellezza è un modo di guardare. L’aspetto che più mi attrae è usare la bellezza per dire cose importanti, in genere è con il brutto che si dicono verità. Un soggetto bello appare più delle volte piatto, ma questa è la cultura del nostro tempo che ha delegato alla bellezza il torpore. Per me la bellezza è una sensazione tattile che crea un benessere profondo, il brutto mi stimola sensazioni perverse, interessanti ma perverse. Il brutto è brutto e se è brutto è sporco, ed invece oggi siamo portati a pensare il contrario, forse è colpa delle veline o delle figurine di Cristo e della Madonna con gli occhi di cristallo e il sorriso al botulino. Non bisogna per forza creare dei mostri per dire cose importanti. Nella mia memoria ci sono le brutte immagini della cronaca contemporanea, ci sono già le immagini di domani, so già come andrà a finire… la terra degli uomini è segnata da un destino che è lì davanti a noi ben chiaro, nonostante ciò andremo a schiantarci su come in un treno impazzito. Dunque per me far diventare bella ogni cosa significa anche dar valore ad ogni cosa.
Stralci da un'intervista di Isabella Falbo a Cosimo Terlizzi

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