FRANCESCA BABONI

SEGNI CHE LASCIANO UNA TRACCIA

“ La creazione vive già sotto la superficie visibile dell’opera. A ritroso la vedono tutti gli intellettuali. Avanti, nel futuro, solamente gli artisti.”  
PAUL KLEE

Sono in tutto più di 500. Un numero quasi esagerato. Ed è sicuramente un’operazione complessa creare un evento di alto livello con più di 300 artisti. Difficile anche mettere in piedi i presupposti per farlo. Ma per il secondo anno la rassegna Segni va in porto con successo, grazie proprio paradossalmente al numero elevatissimo di artisti - più o meno giovani, più o meno affermati - che ha risposto ad un’iniziativa che anche per la seconda edizione ha scelto di spostarsi dal capoluogo piemontese per aprirsi a tutto il panorama nazionale. E ancora più d’interesse il fatto che, oltre a nomi importanti torinesi invitati per l’occasione a dare lustro all’iniziativa, siano moltissimi i giovani - alcuni maggiormente ed altri in misura minore inseriti all’interno del sistema italiano dell’arte contemporanea – che hanno aderito con entusiasmo alla selezione, quasi a scatola chiusa. Non è stato difatti imposto per la rassegna un tema specifico o una disciplina da preferire, non è stato nemmeno indicato alcun soggetto preferenziale. E’ stata promossa al contrario la piena e libera espressione. Poiché è l’arte il reale catalizzatore, il solo motore principale che conferisce veramente valore all’iniziativa. L’arte intesa come veicolo sociale, viatico suggestivo per arrivare alla gente comune e fare democraticamente cultura. Ai collezionisti in primo luogo, dal momento che l’idea nasce fondamentalmente per iniziativa di una galleria, ma anche e soprattutto ai non addetti ai lavori che possono avere così davanti agli occhi una panoramica di una fetta consistente delle tendenze contemporanee, per capire quel che succede all’interno di un determinato sistema, e poter poi eventualmente intraprendere la via del collezionismo. Un successo che prosegue dunque, nel segno di una continuità decisa a lasciare una traccia visibile nel panorama dell’arte contemporanea italiana. Il titolo si sposa dunque egregiamente con la finalità del progetto curato da Delia Gianti: lasciare un segno che fornisca una traccia riconoscibile. E gli artisti scelti per Segni una traccia la lasciano veramente, un contributo efficace sia per il talento e la bravura sia per la capacità di misurarsi tra loro con efficacia, affiancandosi alle linee meno “commerciali” e quindi necessariamente maggiormente intriganti della contemporaneità. Dalla pittura, alla scultura alla fotografia, utilizzando rigorosamente il piccolo formato del 20 x 20 (cosa tutt’altro che facile), gli artisti si sono misurati mettendo in atto una ricerca qualitativamente attiva e pregna di concetto, che anche al di là dell’apparente mero figurativo si sposa ad una densa concettualità di pensiero, dimostrando la veridicità di un discorso che non si è affatto esaurito e che mostra al contrario quanto i giovani (e non solo) abbiano ancora non poche cose da dire. Attraverso il digitale talvolta, o sfruttando le nuove tecnologie o la imperitura e tanto cara amata pittura. Un’occasione ghiotta sia per i giovanissimi ancora sulla rampa di lancio, per la possibilità di confrontarsi con artisti già storicizzati e l’opportunità di potersi forse aprire una strada sul mercato sia, al contrario, per chi invece ha già un percorso ben tracciato, di potersi rimettere ancora una volta in discussione. Un “segno” dunque che viene interpretato come un piccolo pezzo di sé. Un “segno” come espressione poetica individuale che si manifesta. Anche in piccolo. Un formato mignon che diventa maxi. Perché l’insieme delle opere diviene quasi un unico immenso ed eclettico quadro, formato da numerose tessere di un puzzle da ricomporre per ricreare un discorso coerente con quella che è la finalità primaria dell’arte stessa, anche dal punto di vista strettamente etico, che pare negli ultimi anni essersi perso a favore di un semplice mercanteggiare fine a se stesso. L’attenzione al sottotesto, che costituisce il substrato concettuale dell’opera. E l’attenzione non soltanto alla quantità (che pure è presente in forma massiccia) ma anche e soprattutto alla qualità.

      
Francesca Baboni
Dicembre 2006